Max Weber - Da Weber alla Scuola di Francoforte
Nato nel 1864, morto nel 1920, è stato un sociologo, economista e politologo tedesco, considerato uno dei padri fondatori delle scienze sociali moderne. La sua opera è stata profondamente influenzata dal contesto storico e intellettuale della Germania a cavallo tra il XIX e il XX secolo, caratterizzato da rapidi cambiamenti sociali, economici e politici. Weber ha subito l’influenza di pensatori come Marx, Nietzsche e Dilthey, ma ha sviluppato un pensiero originale e indipendente.
Weber ha analizzato il processo di razionalizzazione che ha caratterizzato la società occidentale moderna, sottolineando come la burocrazia e la scienza abbiano assunto un ruolo sempre più importante nella vita degli individui. L’epoca del disincantamento: pur essendo un periodo di progresso tecnico ed
economico, costituisce un’epoca di povertà per l’uomo, che ha perso quei margini di “contrattazione” con
il divino e si trova privo di valori e di significati da attribuire alla sua frenetica e incessante ricerca di successo e
di potere. Nel mondo capitalistico regnano la ragione
strumentale e il principio secondo cui l’azione deve essere finalizzata esclusivamente al lavoro.
Secondo Weber, le scienze sociali devono essere avalutative, ovvero libere da giudizi di valore. Il compito dello scienziato sociale è analizzare i fenomeni sociali, non giudicarli.
Partendo da questi presupposti metodologici Weber arriva ad affermare che lo «spirito del capitalismo», ossia la mentalità che domina in tale modello
produttivo, trova fondamento nella convinzione protestante secondo cui l’uomo può salvarsi soltanto in virtù
dell’azione di Dio, ma, nello stesso tempo, può dimostrare con le opere e le azioni di godere della grazia divina, che si manifesta nel successo economico e nella
realizzazione della vita professionale. Nel sistema capitalistico il valore della produttività continua a essere per
seguito, anche quando si è ormai perso il suo risvolto
religioso: il lavoro non è più incrementato in nome della
salvezza divina e il profitto diventa uno scopo in se
stesso. A tale logica “calcolante” corrisponde un parti
colare atteggiamento etico che Weber individua come
«etica della responsabilità». Esso richiede che si valuti l’agire in relazione alle conseguenze che determina
e ai mezzi necessari per promuoverle, ed è un atteggia
mento tipico della mentalità protestante, in particolare
del calvinismo, che infatti afferma una concezione del
dovere professionale sentito come obbligo morale.
L’etica della responsabilità è contrapposta dall’autore
all’«etica dell’intenzione» che prevale nell’ambito del
cattolicesimo; essa comporta che l’azione sia valutata
in relazione alle convinzioni di chi la compie e ammette
la possibilità del riscatto attraverso il sacramento della
penitenza.



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