La banalità del male – Hannah Arendt di Margarethe von Trotta

 

Hannah Arendt è un film del 2012 diretto da Margarethe von Trotta.
Il film ricostruisce un periodo fondamentale della vita di Hannah Arendt: quello tra il 1960 e il 1964. Intellettuale ebrea - tedesca, emigrata negli Stati Uniti nel 1940, vive felicemente a New York, insegna in una prestigiosa Università e vanta una cerchia di amici intellettuali. Nel 1961, quando il Servizio Segreto israeliano rapisce il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, la Arendt si sente obbligata a seguire il successivo storico processo che si tiene a Gerusalemme. Chiede e ottiene di essere inviata in loco come reporter della prestigiosa rivista 'New Yorker'. 
Dai suoi resoconti, e in seguito dal suo libro, "La banalità del male: Eichman a Gerusalemme" (1963), emerge la controversa teoria per cui proprio l'assenza di radici e di memoria e la mancata riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali farebbero sì che esseri spesso banali si trasformino in autentici agenti del male. La stampa la attacca violentemente, ma il marito,  e molti studenti approvano e sostengono l'essenza, apparentemente paradossale, del suo pensiero.
Ne emerge l'isolamento della protagonista e la sua peculiare fisicità (nella meditazione, nell'eloquio e nell'assiduità a fumare), ma anche la rivendicazione ostinata della libertà di pensiero e la coerenza logica, non priva di una certa arroganza intellettuale.

Durante il processo Eichmann cercò di scagionarsi affermando di aver semplicemente obbedito agli ordini, rimettendo le sue responsabilità alla "macchina nazista" che a suo dire l'aveva assoggettato. In seguito a queste affermazioni la Arendt arrivò a teorizzare il concetto di "banalità del male". Il vero pericolo rappresentato dal Nazismo, fu quello di aver condotto uomini anonimi e banali, semplici padri di famiglia o tranquilli operai, a compiere il male più atroce. Uomini che operarono per uno scopo superiore, nella totale incoscienza dell’effettivo valore morale delle proprie azioni. Questa tesi fu parecchio impopolare tra le comunità ebraiche, che accusarono la filosofa tedesca di aver giustificato, con queste affermazioni, le azioni dei nazisti. La filosofa tedesca non assolve Adolf Eichmann dai suoi crimini ma chiama l’umanità intera a riflettere su un concetto: Eichmann - e tutti gli uomini come lui - ci circondano quotidianamente, possono essere i nostri amici o vicini di casa. Una vita normale può convivere con la malvagità più mostruosa: è questa la banalità del male

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