La banalità del male – Hannah Arendt di Margarethe von Trotta
Hannah Arendt è un film del 2012 diretto da Margarethe von Trotta.
Dai suoi resoconti, e in seguito dal suo libro, "La
banalità del male: Eichman a Gerusalemme" (1963), emerge la controversa
teoria per cui proprio l'assenza di radici e di memoria e la mancata
riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali farebbero sì
che esseri spesso banali si trasformino in autentici agenti del
male. La stampa la
attacca violentemente, ma il marito, e molti studenti approvano e sostengono l'essenza, apparentemente paradossale,
del suo pensiero.
Ne emerge l'isolamento della protagonista e la sua
peculiare fisicità (nella meditazione, nell'eloquio e nell'assiduità a fumare),
ma anche la rivendicazione ostinata della libertà di pensiero e la coerenza
logica, non priva di una certa arroganza intellettuale.
Durante il processo Eichmann cercò di scagionarsi affermando di aver semplicemente obbedito agli ordini, rimettendo le sue responsabilità alla "macchina nazista" che a suo dire l'aveva assoggettato. In seguito a queste affermazioni la Arendt arrivò a teorizzare il concetto di "banalità del male". Il vero pericolo rappresentato dal Nazismo, fu quello di aver condotto uomini anonimi e banali, semplici padri di famiglia o tranquilli operai, a compiere il male più atroce. Uomini che operarono per uno scopo superiore, nella totale incoscienza dell’effettivo valore morale delle proprie azioni. Questa tesi fu parecchio impopolare tra le comunità ebraiche, che accusarono la filosofa tedesca di aver giustificato, con queste affermazioni, le azioni dei nazisti. La filosofa tedesca non assolve Adolf Eichmann dai suoi crimini ma chiama l’umanità intera a riflettere su un concetto: Eichmann - e tutti gli uomini come lui - ci circondano quotidianamente, possono essere i nostri amici o vicini di casa. Una vita normale può convivere con la malvagità più mostruosa: è questa la banalità del male


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