Martin Heidegger - il problema dell’“esserci”


Martin Heidegger nasce nel 1889 a Meßkirch, in Germania, da una famiglia cattolica. Inizia studi teologici ma li abbandona per dedicarsi alla filosofia, diventando allievo di Edmund Husserl, il fondatore della fenomenologia. Nel 1933 Heidegger aderisce al Partito nazionalsocialista ed è nominato retto re dell’Università di Friburgo, pronunciando in quell’occasione un discorso di impronta nazista, L’autoaffermazione dell’università tedesca, che suscita molte polemiche da parte degli intellettuali. Nel 1934, però, il filosofo lascia la carica di rettore.  La sua attività di insegnamento è interrotta nel 1946, a causa del divieto imposto dalla potenza occupante francese, e i suoi corsi riprendono soltanto nel semestre invernale 1950-1951. Heidegger muore a Friburgo il 26 maggio del 1976.

Pur traendo ispirazione da Husserl, Heidegger si rende conto ben presto che gli aspetti contraddittori dell’esistenza non possono essere adeguatamente affrontati restando nell’ambito della fenomenologia. Accetta la concezione husserliana dell’intenzionalità della coscienza, tuttavia, rifiuta l’impostazione prevalentemente teoretica di Husserl. L’interesse di Heidegger per l’esistenza è legato alla convinzione che la filosofia debba occuparsi dell’essere e che tale argomento possa venire affrontato soltanto a partire dall’uomo, obiettivo che egli persegue con la pubblicazione di Essere e tempo.  “che cosa è l’essere?” La domanda sull’essere,  non dovrà condurre alla sua “definizione”, ma alla chiarificazione del suo “senso”, e il tentativo di formulare una risposta dovrà partire dall’interrogazione di quell’ente particolarissimo che, solo, si pone domande sull’essere medesimo. Tale ente è l’uomo.
Nel primo periodo della sua riflessione, prevalgono gli interrogativi sull’uomo e sulla sua esistenza. L’affermazione di Heidegger relativa a una «svolta» nel suo pensiero, più che un mutamento di rotta rispetto all’oggetto d’indagine (che era e rimane costantemente l’essere), può essere colta come l’assunzione di una nuova prospettiva sul problema dell’essere, che non consiste più nel risalire a esso partendo dall’esistenza dell’uomo (come in Essere e tempo), ma nel porsi diretta mente da un punto di vista ontologico. 
Il “primo” Heidegger ritiene che l’uomo abbia un modo del tutto peculiare di esistere, di cui si propone di individuare, fenomenologicamente, le strutture essenziali. Da questa indagine risulta che l’individuo è Dasein,  “esserci”.
L’uomo è condizionato dalla situazione, ma si protende sempre in avanti, progettandosi in modo continuamente rinnovato. Mentre l’esistere delle cose è meccanico e automatico, l’esistenza umana non è fissa e predeterminata, ma è possibilità e libertà.
L’altra caratteristica fondamentale dell’uomo è il suo «essere-nel-mondo». 
Ciò significa che ogni cosa è in relazione inscindibile con le altre, “rimanda” a esse; ciò che viene dato originariamente all’uomo nella sua apertura al mondo, dunque, non sono singoli oggetti utilizzabili, ma la globalità delle loro relazioni entro cui l’uomo co glie il significato di ciascuno e se ne appropria nel suo progetto esistenziale. 
L’esserci non è solo colui per il quale le cose sono strumenti da adoperare, ma anche colui che sa interpretarle; è in tale orizzonte di «precomprensione» che le cose assumono un valore e un significato, differenziandosi le une dalle altre e mostrando un carattere peculiare. La comprensione è dunque un processo di “interpretazione”.

Heidegger sottolinea il fatto che l’uomo si trova già da sempre gettato presso le cose e presso gli altri come un essere concreto, un soggetto non solo teoretico ma anche emotivamente qualificato, che esplica le proprie possibilità subordinando le cose ai suoi bisogni e ai suoi scopi pratici. In quest’ottica l’esistenza umana si caratterizza essenzialmente come un «prendersi cura» delle cose e degli altri. Tale progettualità costitutiva dell’uomo può trovare realizzazione in due modi differenti, autentico o inautentico: il primo implica l’assunzione consapevole e responsabile delle proprie possibilità; il secondo comporta, invece, un decadimento dell’uomo al modo di essere delle cose, cioè una sua rinuncia alla scelta e alla libertà. 
Come è possibile per l’uomo accedere a un’esistenza autentica? L’angoscia si distingue dalla paura, che è sempre timore di qualcosa di determinato (visione inautentica), rappresenta il sentimento che scaturisce di fronte alla nullità del mondo. L’angoscia rivela all’uomo questo nulla su cui si fonda il mondo e la sua stessa esistenza, e dunque, in definitiva, gli rivela la sua costitutiva finitezza, mettendolo in relazione con la temporalità e la morte.
La morte non è intesa da Heidegger in senso negativo, ma come la prospettiva che può conferire senso alla vita stessa. Di fronte alla morte, e all’angoscia che tale pensiero sollecita, l’uomo deve compiere una scelta: può scegliere se stesso, oppure può decidere di rimanere nella dimensione rassicurante dell’inautenticità. Vivere “per la morte”, significa condurre la propria esistenza nella piena coscienza che il nostro orizzonte di vita è limitato e che dunque le scelte che compiamo hanno il valore dell’irreversibilità, dell’aut-aut, che impone una presa di posizione radicale. 


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