Bergson Henri Bergson - l’essenza del tempo


Henri Bergson nasce a Parigi nel 1859. Membro dell’Académie Française, nel 1928 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Muore a Parigi nel 1941 durante l’occupazione nazista della Francia, dopo aver conosciuto, in quanto ebreo, gli orrori delle leggi razziali e della persecuzione.

Il primo elemento che Bergson individua come incompreso e inesplicato dalla scienza è il concetto di tempo. La scienza, non riesce a cogliere né la continuità né il movimento vero e reale della vita, che è ininterrotta produzione di novità. Essa,  opera mediante processi che “semplificano” la realtà concreta; predispone il suo oggetto di studio in modo tale da “immobilizzarlo” e “sterilizzarlo”, riducendolo a parti facilmente classificabili e seguendo la logica del calcolo. Il tempo, secondo la visione della scienza, è privo di «durata», cioè proprio di quella caratteristica che ne definisce l’essenza. Un’immagine del tempo così inteso, monotonamente meccanico nella sua ripetizione, è offerta dall’orologio, il quale fornisce sempre e soltanto la rappresentazione dell’istante attuale mediante la posizione delle lancette, senza nulla conservare dei momenti passati. Questo tempo, osserva l’autore, ha una grande utilità pratica, perché è grazie al suo carattere di misurabilità che è possibile l’organizzazione della vita sociale. Il tempo della scienza è utile ma non è l'unico, Bergson individua il tempo della coscienza costituito non da singoli instanti separati ma come un flusso continuo degli stati di coscienza in cui passato(memoria), presente e futuro(progettazione) si fondono.
Il tempo dello spirito dunque è un tempo interiore che ha diverse caratteristiche:
  • è il tempo della durata;
  • è il tempo della vita;
  • è il tempo qualitativo;
  • è un flusso continuo
Identifica la coscienza con la memoria, e ne distingue tre aspetti: 
  • il ricordo puro o memoria pura: rappresenta la coscienza stessa, costituisce il deposito di tutti i ricordi passati; rappresenta il nostro passato, tutto intero, che ci accompagna in ogni momento, anche se non ce ne rendiamo conto. Da questo punto di vista non siamo mai soltanto attualità, ma sempre anche storia vissuta; 
  • il ricordo-immagine: rappresenta l’atto con cui il nostro passato si concretizza. Esso costituisce una piccola porzione della memoria complessiva, una sua materializzazione operata dal cervello in vista dell’azione, e questo spiega perché per Bergson la “coscienza”, pur essendo memoria, non è sempre ricordo, cioè non è sempre attualizzata; essa è una dimensione più ampia rispetto alla sfera della consapevolezza;
  • la percezione: è la facoltà che ci lega al mondo esterno e ha la funzione di selezionare i dati che sono più utili ai fini della nostra vita concreta.
L’evoluzione creatrice (1907) è l’opera in cui il filosofo approfondisce l’idea della continuità tra la vita biologica e quella della coscienza. In entrambe scorre incessante un’unica forza vitale. La vita, per Bergson, non procede per aggregazione di elementi materiali, ma si origina da un unico impulso iniziale, detto élan vital, «slancio vitale».  Bergson paragona la vita dell’universo all’esplosione di un proiettile in mille pezzi, che a loro volta esplodono in mille altri frammenti: ognuno di noi è uno di questi frammenti. Avremmo potuto essere qualcosa di diverso, ma la contingenza ha fatto in modo che fossimo così: non per necessità, bensì per la grandiosa libertà dell’energia vitale. La via che percorriamo nel tempo è costellata dei frammenti di tutto ciò che cominciavamo a essere o che avremmo potuto essere.

Bergson divide la conoscenza in due tipi:
  • intellettiva ed esterna (propria della scienza) 
  • intuitiva e interna (propria della metafisica)
La contrapposizione tra intuizione e intelligenza, metafisica e scienza non intende però arrivare alla svalutazione di quest’ultima, che secondo Bergson è anzi una modalità di conoscenza indispensabile e fondamentale. La scienza consente il progresso tecnico, la produzione e l’elaborazione di strumenti sempre più sofisticati per agire sulla realtà, ma non può offrirne la piena “conoscenza” né penetrarne l’essenza. 

Nella sua ultima opera intitolata Le due fonti della morale e della religione (1932), Bergson identifica due tipi di organizzazione sociale: la società chiusa e la società aperta. 
  • La società chiusa è quella autoritaria, in cui regna la «morale dell’obbligazione» che spinge l’uomo a identificarsi con il gruppo sociale e ad accettare i suoi rigidi valori. 
  • La società aperta, invece, è fondata sulla «morale assoluta» che promuove la libertà e la creatività degli individui; in essa l’obiettivo è la realizzazione dell’umanità e dunque lo sviluppo di sempre nuove modalità di convivenza e di collaborazione volte al progresso sociale. 

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