Schopenhauer - Rappresentazione e Volontà
Nato a Danzica(Polonia) nel 1788, viaggia in tutta l'Europa come commerciante, dopo la morte del padre si dedica allo studio della lettura, dell'arte e della filosofia. Nel 1818 pubblica il suo capolavoro "Il mondo come volontà e rappresentazione". Muore a Francoforte sul Meno nel 1860.
I temi dominanti delle sue meditazioni giovanili sono sulla morte e sul mistero dell'eternità, sullo smarrimento di fronte alla maestosità della natura. Viene influenzato dalle dottrine orientali dove ritrova la consapevolezza del carattere effimero dell'esistenza e la via di libertà , suggerite per svincolarsi dalle illusioni e apparenze.
1. Che cosa possiamo conoscere del mondo secondo Schopenhauer?
Nella sua opera, nel descrivere cos'é il mondo, si pone una duplice prospettiva: quella della scienza e quella della filosofia. Due visioni che danno due differenti risoluzioni. Secondo la prima il mondo è una mia rappresentazione, non possiamo dunque sapere come le cose siano in se stesse ma soltanto come si presentano in relazione alle mie facoltà conoscitive e sensi; tutte le cose quindi sono "fenomeni" (non hanno esistenza se non in rapporto alla soggettività). Nella seconda il mondo è volontà di vivere ("noumeno").
2. Quali sono le tre forme a priori con cui il soggetto organizza i fenomeni?
Il filosofo ritiene che il soggetto elabora l'esperienza sensibile attraverso una particolare struttura. Descrive tre forme a priori: lo spazio, il tempo e la casualità. Non si può percepire o conoscere alcuna cosa senza collocarli in uno spazio ed in un tempo determinati (principio dell'individuazione). La quale viene ordinata dall'intelletto umano attraverso la categoria di causa. Tutta la realtà si risolve intorno al principio casuale (principio di ragion sufficiente) che ha quattro configurazioni: principio del divenire, del conoscere, dell'essere e dell'agire.
3. La dimensione della rappresentazione viene a coincidere con quella della scienza. Perché? Qual è, per il filosofo di Danzica, il suo valore conoscitivo?
Per il filoso la rappresentazione va al di là del mero intuito. La scienza descrive, coordina, organizza i molteplici fatti della nostra
esperienza, tuttavia vi è un "velo" (il velo di Maya) che si interpone nella conoscenza della vera essenza della realtà.
Ciò comunque soddisfa i bisogni pratici ed
esistenziali degli uomini.
1. In che modo Schopenhauer supera la concezione kantiana, che riteneva inconoscibile il nounemo?
Per Kant la via per accedere alla verità della vita era pensabile ma non conoscibile. Per Schopenhauer l'uomo non è solo un soggetto che ha la conoscenza scientifica dei fenomeni, ma un soggetto corporeo che è sede di una forza assoluta che sfugge a ogni determinazione: la volontà.
2. Come si manifesta la volontà dell'essere umano e nella natura?
L'intima essenza dell'uomo è costituita dalla volontà di vivere e di autoconservazione, un impulso irresistibile che ci spinge a esistere e ad agire. Tale volontà non è circoscritta alla natura umana ma domina tutte le cose, è dunque l'essenza stessa del mondo.
3. Perché la "volontà" è inconsapevole?
4. Qual é l'unico "fine" che essa persegue?
La volontà è inconsapevole poiché è un impulso naturale che antecede la coscienza, è eterna (al di là del tempo), indistruttibile, unica (non individuale di questa o quella cosa ma la medesima per tutti i fenomeni) e cieca (non ha scopo o fine a parte l'esistere)
1. Qual é l'origine del dolore dell'esistenza per Schopenhauer?
Per il filosofo, la vita è anche necessariamente dolore. L'essere umano è destinato a una ricerca della felicità continua e insaziabile (desiderio e condizione di privazione) che è fonte di inquietudine e sofferenza perenne.
L'uomo può raggiungere solo una soddisfazione di breve durata, il piacere è solo un intervallo tra un dolore e un altro, visto negativamente poiché essendo solo una cessazione momentanea del dolore. L'esistenza è inoltre caratterizzata dalla noia, intesa come una condizione di vuoto o stasi che si presenta quando si allenta l'ansia provocata dal desiderio.
Una via d'uscita, secondo il filosofo, è intraprendere un percorso attraverso l'arte , la morale e l'ascesi, che liberi l'essere umano dall'infinito bisogno e desiderio portandolo presso l'annullamento della volontà.
2. In che cosa consiste l'effetto "liberatorio" dell'arte?
L'arte, è contemplazione, libera da regole, fuori dal tempo e dallo spazio e dalle casualità per tanto non soggetta a desiderio. L'esperienza artistica crea una realtà ideale e quindi rappresenta un "sedativo" per la volontà; ha inoltre una funzione catartica (la tragedia con le sue passioni profonde rende il dolore universale permettendo una visione dall'esterno più distaccata) depotenziando la volontà.
L'arte ha un effetto limitato nel tempo, una più duratura liberazione può essere portata dalla morale. quest'ultima rende l'uomo consapevole delle conseguenze dolorose della volontà, ed implica un impegno pratico a favore del prossimo.
3. Perché la morale consente di cogliere gli altri in una prospettiva diversa rispetto a quella che deriva dal principio di individuazione?
La morale porta al superamento del principio di individuazione (se stesso contrapposto ad altri) ed opera in modo da portare l'individuo a vedere la sua volontà come espressione della volontà universale.
Con la giustizia (non compiere azioni che possano ledere la volontà altrui) o con la carità (fare del bene al prossimo superando il proprio egoismo) si sviluppa un amore disinteressato (compassione).
La giustizia e la compassione si limitano a negare la volontà individuale, per un alto grado di liberazione bisogna invece arrivare alla negazione della volontà di vivere (noluntas) che si ottiene solo con il percorso dell'ascesi. L'uomo deve innanzi tutto raggiungere uno stato di castità (umiltà, digiuno, povertà, sacrificio e rassegnazione). La redenzione finale viene, dal filosofo, riconosciuta come la conquista del nirvana (buddismo) cioè l'esperienza del nulla.
4. In che senso il nulla a cui conduce l'ascesi non è una realtà sostanziale?
Il nulla di Schopenhauer non è un nulla assoluto, ma un nulla "relativo". Una negazione del mondo, con tutti i suoi fenomeni, la sua catena causale, le forme di spazio e tempo, e l'estinzione della volontà di vivere che è ciò che provoca sofferenze e inquietudini. Per il saggio che riesce non è dunque il nulla ma il tutto, in cui non vi è sofferenza ne distinzione tra io e tu, oggetto e soggetto, ma solo serenità.



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